CIM - BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DELLA LEZIONE DEL 28.02.2008
Realtà virtuali, cyberspazio e metaversi
Neal Stephenson, Snow crash, Milano, ShaKe Edizioni, 1995 (tr. di Snow Crash, New York, Bantam Books, 1992)
William Gibson, Neuromante, Milano, Editrice Nord, 1993 (tr. di Neuromancer, New York, Ace Books, 1984)
William Gibson, La notte che bruciammo Chrome, Milano, Mondadori, 1989 (tr. di Burning Chrome, in "Omni", 1982)
Mario Gerosa, Aurélien Pfeffer, Mondi virtuali, Roma, Castelvecchi, 2006
Second Life
Gabriele Lunati, Second Life. Manuale di sopravvivenza, Milano, Hoepli, 2007
Michael Rymaszewski,Wagner James Au,Mark Wallace,Catherine Winters,Cory Ondrejka,Benjamin Batstone-Cunningham, Second Life. La guida ufficiale, Roma, L'Espresso, 2007 (tr. di Second Life. The Official Guide, Indianapolis, Wiley, 2007)
Dusan Writer's Metaverse
My First Second Life
Identità virtuale
Pierre Lévy, Il virtuale, Milano, Cortina, 1997 (tr. di Qu'est-ce que le virtuel? , Paris, La Découverte, 1995)
Sherry Turkle, La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali nell'epoca di Internet, Milano, Apogeo, 1997 (tr. di Life and the Screen: Identity in the Internet, New York, Simon and Schuster, 1996)
Giuseppe Mantovani, L'interazione uomo-computer, Bologna, Il Mulino, 1995
Carlo Galimberti, Giuseppe Riva (a cura di), La comunicazione virtuale, Milano, Guerini, 1997
Carlo Galimberti, Aspetti psicosociali della comunicazione online. Verso una psicosociologia del cyberspazio, "Comunicazioni sociali", 1, 2002, 20-30
Julie M. Albright, Online Love: Sex, gender and relationships in cyberspace, 1997 (disponibile online)
Susan Herring
Sito ufficiale della Herring
Hakim Bey
T. A. Z. The Temporary Autonomous Zone, Ontological Anarchy, Poetic Terrorism
CIM - Tecnofobia o tecnofeticisimo?
Spero che stia risultando chiaro, dopo le prime due lezioni del corso, come il nostro rapporto con le tecnologie della mente non sia mai neutrale. In particolare, le tecnologie digitali suscitano in noi atteggiamenti differenti, a seconda del grado di adesione che esprimiamo e del livello di conoscenza che abbiamo maturato. Accanto a posizioni mature e funzionali, si osservano spesso rapporti disfunzionali con le nuove tecnologie, vere e proprie distopie digitali. Indico in particolare quattro distopie: l’analfabetismo entusiasta, il tecno-feticismo, l’atteggiamento apocalittico e quello retro-chic. Guardate la mappa qui sotto e cercate di posizionarvi:

Il digitale si accompagna alla manifestazione di incubi, più o meno giustificati. Quale dei seguenti è il vostro incubo? Ovvero, in che senso il digitale vi fa paura?
1) Morte della privacy
2) Erosione dell’autonomia individuale
3) Perdita dell’integrità fisica
4) Omogeneizzazione delle culture
5) Estinzione di settori economici
6) Collasso del sistema finanziario globale
7) Alienazione delle relazioni umane
CIM - Bibliografia essenziale della lezione del 26.02.2008
Postumanesimo e extropia
Mario Pireddu, Post-umano, 2006
Hans Moravec, Mind Children, 1988
Critica femminista al postumanesimo
Katherine Hayles, How We Became Posthuman, 1999
Allucquère Rosanne Stone, The War of Desire and Technology at the Close of the Mechanical Age, 1996 (tr. it. Desiderio e tecnologia, Il problema dell'identità nell'era di Internet, 1997)
Con riferimento alla Allucquere Rosanne Stone raccomando la voce di Wikipedia e il blog
Donna Haraway, A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century, in Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, 1991, pp.149-181 (il testo del manifesto è online qui.
Esternalismo
Andy Clark, Natural Born Cyborgs, 2003
MyLifeBit Project
Si veda la relativa pagina di Microsoft
La cultura dell’immagine
Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, 2007
Jean-Jacques Wunenburger, Filosofia delle immagini, 1999
Jean Baudrillard, Il patto di lucidità o l’intelligenza del male, 2006
CIM - come scegliere l'indirizzo del corso di "Comunicazione digitale multimediale A"
La segreteria del CIM mi comunica che è stato predisposto un form online che permette agli studenti di comunicare alla nostra segreteria la loro scelta in merito all'indirizzo del corso di "Comunicazione digitale multimediale A" che intendono seguire. La comunicazione deve pervenire entro lunedì 4 marzo. Gli studenti che non esprimeranno una preferenza entro tale data saranno distribuiti automaticamente secondo il seguente criterio:
cognome A-L: corso Prof. Bordogna
cognome M-Z: corso Dott. Costa
Internet PR: un blog e un libro

Non è ancora uscito (il libro, per il quale occorre aspettare qualche giorno) ma è già uscito (il blog del libro). Parlo di "Internet PR. Il dialogo in Rete fra aziende e consumatori", di Marco Massarotto. Visitate il blog.
CIM - Io sono un organismo bionico

Questa mattina alcuni studenti del Corso in Comunicazione Digitale e Multimediale dell’Università di Pavia - CIM (nel cui ambito svolgo da oggi il corso “Marketing e comunità online”) hanno reagito con scetticismo all’ipotesi che la tecnologia alteri e trasformi l’architettura della mente umana. L’idea che le nostre identità stiano diventando sempre più profondamente inviluppate in una matrice non-biologica di macchine è disturbante. Per comprendere meglio l’atteggiamento dei partecipanti al corso nei confronti delle tecnologie della mente, invito tutti a proporre una riflessione su alcune di queste tecnologie, a partire da una serie di domande. Dove si trova il vostro telefono cellulare durante la notte? È accesso o spento? Come descrivereste il sentimento che provate quanto vi accorgete di averlo perso? Andreste in vacanza senza macchina fotografica digitale? Vi fareste impiantare un chip sottocutaneo? A quali condizioni e per quali scopi? In conclusione, date un’occhiata al sito di Kevin Warwick, professore all’università di Reading, prima persona al mondo a impiantarsi un chip.
Il virtuale deresponsabilizza?

Trovo molto plausibile la tesi che Giovanni Ventimiglia espone nel suo saggio Antropologia nel cyberspazio (in AA.VV. Etica del virtuale, Milano, Vita e Pensiero, 2007, 21-33), a proposito dei limiti insiti nella virtualizzazione dell’esperienza umana resa possibile dalle tecnologie digitali. L’inferiorità di questa esperienza, sostiene Ventimiglia, deriva dal fatto che essa media con artefatti rassicuranti il rapporto con l’altro e con ciò impedisce che tale rapporto si realizzi direttamente. Si tratta di un’inferiorità etica, perché esime da tutti i rischi che accompagnano il rapporto diretto e quindi non educa al negativo: “cosicché le società più tecnologizzate sono più vulnerabili psicologicamente di quelle non tecnologizzate.” (31-32)
Living Mutants Society apre un blog su Nova 100
Da un paio di giorni nel sito di Nova 100 è stato creato il blog "Le Aziende In-Visibili", di Marco Minghetti & Living Mutants Society. il blog vuole essere punto di snodo del nuovo progetto avviato dal nostro network: "Le Aziende In-Visibili", appunto, un romanzo a più mani in 128 episodi. Il blog ne darà delle anticipazioni e permetterà il confronto diretto fra gli autori e i beta-lettori. L'obiettivo è partire da qui per generare in rete nuovi percorsi di senso.
Per un laicismo delle reti
Ma le ideologie non erano in declino? Uno dei pregi maggiori del libro L’ideologia delle reti di Pierre Musso (Milano, Apogeo, 2007) è ricordarci che la fine delle cosiddette grandi narrazioni non ha comportato la scomparsa della funzione incantatrice, talvolta manipolatrice, dell’ideologia. In modo subdolo, l’ideologia si ripresenta ogni volta sotto forma di nuova pseudo-neutralità. E ogni volta, l’ideologia del momento riempie gli spazi simbolici lasciati vuoti da quella precedente. Per questo continuo a non trovare esercizio più giusto della critica che stana l’ideologia e la smaschera.
L’ideologia della rete si costruisce, anch’essa, attraverso la formulazione di un discorso mitico. Due sono i cardini di questo discorso:
1. La rete come leva del cambiamento sociale, in grado di esercitare una funzione salvifica, riscattando gli oppressi e garantendo accesso a un mondo migliore (e ciò è parte di un’utopia più grande: la tecno-utopia, che vede nell’evoluzione tecnica una garanzia necessaria di progresso)
2. La rete come universo intermedio fra tecnica e corpo o, per ricorrere alla metafora di Henri Atlan, “fra cristallo e fumo”, quindi realtà in grado di mediare fra la necessità di una struttura e il rischio che tale struttura sia troppo rigida (corollario di questa mitologia è l’idea che le reti artificiali siano modellate sul cervello umano)
Musso ci avverte che questi due temi vengono da lontano. La feticizzazione della rete nasce nell’Ottocento fra Saint-Simon, Chevalier e Proudhon. Ma come ci si arriva? Attraverso un processo di metaforizzazione delle caratteristiche proprie della rete. Per rete Musso intende una “struttura di interconnessione instabile, composta da elementi che interagiscono e la cui variazione è legata a specifiche regole di funzionamento”. Per dirla altrimenti, la rete è “the pattern which connects” (Gregory Bateson). È a partire da questa definizione che si metaforizza: da una lato la rete diventa “ponte”, se non - in una prospettiva teologica - “pontefice”, nel senso che unisce e media; dall’altro ci appare come “flusso”, ovvero come un “essere fra”, in perenne movimento. Ed è così che la rete assume su di sé aspettative messianiche (ci salva) e omnicomprensive (spiega tutto della nostra società). Naturalmente è un bene che tali aspettative siano sottoposte a falsificazione, in nome di una descrizione più laica e disincantata della rete tecnica. La quale né salva né condanna, ma lascia aperte tutte le questioni che oggi siamo chiamati ad affrontare.
Comunità virtuali, 25 anni dopo

Per quanto giovane, la storia delle comunità virtuali ha già i suoi eroi e i sui miti fondativi. The Well, la rete sociale mediata da computer che si sviluppò nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso intorno a un gruppo di eclettici comunitari di San Francisco, è senz’altro uno di questi miti. The Well rappresenta per molti versi il modello archetipico delle comunità virtuali, al quale ancora oggi fare riferimento per mettere un po’ di ordine concettuale nel mondo della comunicazione in rete. Il senso di The Well fu trasfuso da uno dei protagonisti indiscussi di quella vicenda, Howard Rheingold, nel saggio The Virtual Community, edito la prima volta nel 1993 e poi ripubblicato per MIT Press nel 2000. L’opera, tradotta in italiano nel 1994 (Comunità virtuali, Sperling & Kupfer, Milano), è ancora oggi fondamentale per comprendere a quale specifica esperienza sociale si riferissero, con l’espressione ‘comunità virtuale’, i pionieri di Internet e dei sistemi di computer conferencing.
Ed è tanto più significativa oggi, la lettura di Rheingold, nel momento in cui la pubblicistica del cosiddetto Web 2.0 è tutta un fiorire di reti sociali, comunità, cooperazione di massa e vie retoricheggiando. Il paradosso, in sostanza, sembra essere questo: la recente proliferazione di servizi che rendono agevoli forme di socializzazione virtuale (dall’instant messenger multimediale al wiki, dal blog alle forme di syndication dei contenuti), servizi fra l’altro accessibili non solo da personal computer ma da una pluralità di piattaforme, non si è accompagnata a una diffusione di esperienze di telematica sociale di base, come quella di The Well. D’altra parte, la sensazione di molti è che il Web 2.0 segni una fase di normalizzazione e controllo della Rete, in cui le implicazioni culturali e politiche più “eversive” dei media elettronici vengono piegate alla logica del business. Nella network society – osservano in molti - è oggi in corso una lotta per il potere fra chi opera per la privatizzazione dello spazio elettronico e chi ricerca opportunità di espressione in una rete pubblica, aperta e fra pari.
La comunità virtuale di cui ci parla Howard Rheingold, dunque, ha qualcosa di eroico. The Well si sviluppò introrno alla tecnologia del bulletin board system (BBS), ovvero il sistema a bacheca antesignano nei forum e dei blog, che permetteva lo scambio di messaggi di varia natura fra computer ed era alla base dei gruppi di discussione collettiva in ambito accademico, politico e culturale. I BBS furono i laboratori di sperimentazione delle controculture digitali degli anni ’80. Rheingold li definisce “una tecnologia democratica e ‘democratizzante’ per eccellenza”. E aggiunge: “A un prezzo inferiore a quello di un fucile, i BBS trasformano un cittadino qualsiasi in editore, reporter di testimonianze oculari, difensore, organizzatore, studente o insegnante e potenziale partecipante a un dibattito mondiale tra cittadini [...]. I BBS crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. Tutte le interreti ad alta velocità finanziate dai governi del mondo potrebbero sparire domani e la comunità delle bacheche elettroniche continuerebbe a crescere rigogliosamente.”
The Well nacque nel 1985 come emanazione telematica della rivista “Whole Heart Review”, espressione dei gusti e delle idee della California post-hippy. Il BBS di Rheingold e soci divenne in breve tempo uno dei templi della controcultura digitale di allora, punto di riferimento per ogni discorso sulla libertà di espressione nel cyberspazio. Da notare che l’esperienza di The Well non mancò di provocare la reazione, non sempre composta, delle autorità americane. Famosa è l’operazione SunDevil, condotta dalle forze di polizia e dai servizi segreti USA nel 1990, che portò all’arresto di numerosi attivisti digitali – successivamente scagionati – e al sequestro di decine di migliaia fra personal computer e unità di memoria.
Che cos’è dunque una comunità virtuale? L’analisi di Rheingold ha ormai venticinque anni e risale a un’epoca in cui certe evoluzioni di Internet non erano neppure sospettabili: eppure resta per molti versi l’analisi più chiara e completa di cui disponiamo. L’aspetto su cui, in particolare, vale ancora oggi la pena di porre l’accento è la specificità del virtuale e in particolare della comunicazione mediata da computer. Rheingold è stato fra i primi a capire che il funzionamento di una comunità virtuale va indagato a partire dalle peculiarità del nuovo medium. Quando due o più individui comunicano attraverso la mediazione di computer – osserva Rheingold – si registrano al tempo stesso una perdita e un guadagno, rispetto alla comunicazione cosiddetta in presenza o senza mediazione (Rheingold talvolta parla di comunicazione IRL, ovvero in real life). È su questa perdita e su questo guadagno che occorre riflettere, se si vogliono comprendere le dinamiche che regolano le esperienze sociali in rete.
Fra i numerosi aspetti messi in luce da Rheingold, ci si limita qui a evidenziarne tre. Il primo riguarda la capacità di mettere a fuoco interessi comuni all’interno di un gruppo di individui. Il guadagno principale della comunità virtuale, secondo Rheingold, consiste nell’abbattimento delle barriere socio-culturali: parlare attraverso computer ci aiuta a ridurre la distanza comunicativa e quindi agevola la condivisione di interessi comuni. Nella comunità fisica, viceversa, è più probabile che gli interessi comuni subiscano il peso delle distanze sociali e culturali. In altri termini, una comunità virtuale valorizza ciò che in comune hanni i suoi membri e relega sullo sfondo ciò che li differenzia.
Il secondo aspetto che, nella riflessione di Rheingold, vale la pena di sottolienare è quello della scala. L’idea è che certi fenomeni sociali si realizzino solo a condizione che una determinata massa critica venga raggiunta. Una discussione fra dieci o cento individui è cosa diversa, nelle sue dinamiche e nei suoi esiti, rispetto a una discussione fra centinaia di migliaia di individui. Ancora una volta l’aspetto che Rheingold evidenzia è la funzione non solo abilitante, ma si direbbe costituente delle reti telematiche (del resto è stato autorevolmente detto che il mezzo è il messaggio). Le comunità virtuali sono come sono perché includono un numero elevatissimo di individui che comunicano fra loro. Un po’ come dire che, se il numero non è così elevato e se gli individui non comunicano, non è sufficiente avere creato un blog per essere in presenza di una comunità virtuale. Lezione, questa, sulla quale molti frettolosi teorici del Web 2.0 dovrebbero riflettere oggi.
Infine, comunque si voglia intendere l’espressione ‘virtuale’ (contrapposta non tanto a ‘reale’, quanto a ‘fisico, materiale’), Rheingold suggerisce come una vera comunità virtuale abbia comunque un suo genius loci, ovvero un focus geograficamente situato. Non vi è dubbio, ad esempio, che nell’esperienza di The Well si sia rispecchiata una certa controcultura dell’area della Baia di San Francisco, in California. E anche questo dovrebbe costituire elemento di riflessione per chi oggi ritiene, un po’ troppo semplicisticamente, che una comunità online si possa basare sulla più assoluta aterritorialità.
Contaminazione a Caltagirone

La contaminazione fra parola poetica, altri saperi e altre arti sarà al centro del prossimo Festival Internazionale di Poesia di Caltagirone (dal 7 al 9 dicembre 2007). In tale contesto è prevista, il 7 dicembre, la presentazione del volume Nulla due volte. Il management attraverso le poesie di Wislawa Szymborska, di Marco Minghetti. Insieme all'autore interverranno Alessandro Di Prima (University of Ireland) e Alberto Bertoni (poeta e critico). Il dibattito si svolgerà presso il Salone di rappresentanza del Palazzo Municipale di Caltagirone, a partire dalle 19.30.
L’è el dì di Mort, alegher!

Che cos’è un maestro, in una prospettiva umanistica? È la persona che ci insegna a vedere. Non in quanto ci dona gli occhi. Ma perché ci educa all’esercizio critico, alla decostruzione, alla prospettiva e all’escussione. Un maestro non può che essere maestro di filologia, intesa come “arte che ci insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e con occhi delicati” (Friedrich Nietzsche, Aurora). In questo senso, umanesimo e filologia vanno di pari passo. Ecco perché mi sembra giusto rendere omaggio qui a uno dei miei maestri, Dante Isella, scomparso il 3 dicembre scorso. A lui devo molto. Gli devo, soprattutto, la lezione di critica testuale con cui ho imparato a leggere i Mottetti di Montale, i quali gran parte hanno avuto nelle scelte più importanti della mia vita. Che la “subdola canzone” risuonante in Ade non intralci il cammino di Orfeo, adesso.
Avoid technological dictatorship

"Combatti la dittatura tecnologica", recitava un vecchio slogan di Sun Microsystems. Purtroppo sembra che il copy e la lezione siano passati invano. E allora consiglio spassionato: leggete il nuovo saggio di Henry Jenkins, uscito lo scorso anno negli Stati Uniti e ora disponibile in traduzione italiana con il titolo “Cultura convergente” (Apogeo). L’opera ha diversi meriti. Il principale è di rappresentare un valido viatico contro un determinismo tecnologico purtroppo ancora imperante. Jenkins si iscrive a una scuola mai abbastanza benedetta: quella del modellamento sociale della tecnologia. Egli ragiona intorno ai fenomeni culturali, ricordandoci che la tecnologia non “impatta” sulla società ma che, semmai, lo sviluppo tecnologico e le pratiche sociali si co-determinano. In questo senso è decisiva la sua definizione di ‘convergenza’, inerente alle modalità di trasmissione della cultura. La convergenza è per Jenkins il processo di intersezione fra flussi di contenuti attraverso più piattaforme mediatiche, vecchie e nuove. Non quindi fenomeno tecnologico (metaforizzato nell’iper-gadget che unisce telefono, computer e TV), ma pratica sociale. Altrettanto significativa è la rilettura del concetto di “digital divide”. Analfabeta digitale è chi non dispone delle abilità necessarie per produrre e consumare contenuti in modo consapevole, scambiare le proprie conoscenze con gli altri, essere parte attiva di un’intelligenza collettiva ed esercitare una cittadinanza critica in Rete. Insomma, scrive Jenkins, “le battaglie-chiave si combattono adesso. Se ci concentriamo sulla tecnologia, lo scontro sarà perso prima ancora di cominciare a lottare. Dobbiamo confrontarci con le regole sociali, culturali e politiche che circondano il paesaggio tecnologico e ne definiscono le modalità d’uso” (pag. 230). Se non avete tempo per l’inter volume, leggete almeno le “otto caratteristiche dei nuovi media”, sul blog di Jenkins
Etica umanista e management: contributo spagnolo
Ho notato che nel 2003 il "Journal of Business Ethics" ha pubblicato un articolo intitolato "The Challange of Humanistic Management". L'autore è Domènec Melé, docente del Dipartimento di Business Ethics presso la IESE Business School dell'Università di Navarra. Non sono entrato in possesso dell'articolo, ma par di capire che esso affronti il tema del management "umanistico" dal punto di vista etico, facendo riferimento all'umanesimo inteso come sviluppo delle virtù umane. Fra l'altro Melé propone una breve storia dello humanistic management, facendo riferimento a una prima stagione (intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso) e poi a una successiva fase (anni Ottanta), incentrata sul concetto di cultura organizzativa. La terza fase dello humanistic management presuppone, secondo l'autore, la capacità di considerare l'impresa come una comunità di persone a tutti gli effetti e di trarne ogni doverosa conseguenza.
L'efficacia del manager e quella del filosofo
Bel dibattito - alcune sere fa a Milano, al palazzo ex Comit - sul concetto di efficacia fra Corrado Passera (amministratore delelgato di Intesa Sanpaolo) e Salvatore Veca (filosofo). Spunto del confronto il volumetto del sinologo francese Francois Jullien "Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente" (Laterza, 2007). La tesi di Jullien è che al pensiero cinese è estraneo il procedimento per modelli e obiettivi, cioè quello che un manager definirebbe approccio strategico. In Occidente si definisce strategico l'approccio basato su due momenti concettualmente distinti: il disegno di un piano (che è un'astrazione della realtà: un modello, appunto) e la sua esecuzione (che è la sovrapposizione/imposizione del modello alla realtà). In Cina questa distinzione non è percepita. L'agire "strategico" cinese è capacità di cogliere le circostanze. L'Occidente trasforma il mondo. La Cina approfitta delle trasformazioni del mondo. Interessante, il dibattito, soprattutto perché ha messo a confronto due approcci disciplinari apparentemente lontani: quello del manager Passera e quello del filosofo Veca. Una fertilizzazione incrociata davvero efficace.
Risposta a Fofi: quale semplicità
“Goffredo Fofi così conclude un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 18 febbraio 2007: “Non c’è nulla di più difficile della semplicità… e l’arte del poeta per la Szymborska è ancora questa, nonostante i rischi che, nel mondo contemporaneo, la semplicità e la comunicabilità possono comportare. Un esempio? Con la migliore buona volontà Marco Minghetti con l’ausilio delle foto di
Crediamo che la reazione di Fofi sia proprio tipica di una concezione tayloristica della società e della cultura: chi si occupa di management non si occupi di poesia! E viceversa, ovvio. Non a caso, questo è proprio l’oggetto polemico principale del nostro libro, il cui senso va esattamente nella direzione opposta, quello della valorizzazione delle diversità e dell’incrocio metadisciplinare, come ad esempio ha ben colto Enzo Riboni nel bell’articolo dedicato a Nulla due volte apparso sul Corriere della sera qualche settimana fa (vedi sezione: Dicono di noi). Temiamo che L’Illustre Critico si sia limitato a leggere il sottotitolo del nostro libro e a scorrere rapidamente le pagine del volume, dandone una sbrigativa valutazione sulla base di un pregiudizio avverso a tutto quanto sappia di “management”. O forse si è offeso per la critica mossa proprio nelle prime pagine di Nulla due volte “a quella schiera di esperti che, in base alla propria qualifica, o magari ad una semplice autocertificazione, ci offre il suo aiuto (naturalmente al giusto prezzo) per farci da guida nelle oscure segrete della nostra anima” e di cui evidentemente fa parte”.



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